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giovedì 15 settembre 2011

Laico, non agnostico

In occasione della conclusione del percorso apostolico del Cardinal Dionigi Tettamanzi quale arcivescovo della nostra città, vorrei poter esprimere una considerazione. Nei suoi nove anni di missione, egli ha saputo leggere con lucidità la bussola di una Milano sociale e globale, frammentata e in mutamento.

Sobrietà come motore dello sviluppo e della solidarietà, questo il fulcro del suo pensiero per la “città dal terreno buono” come l’aveva definita. In diverse occasioni si è rivolto agli amministratori locali invitandoli ad essere seminatori fiduciosi, lungimiranti, pazienti e benevoli nel loro operato. Nell’ultimo discorso alla città, in occasione della vigilia di Sant’Ambrogio aveva richiamato i cittadini ad una corresponsabilità nel Governo della città.

2012, Settimo incontro mondiale delle famiglie; 2013, i 1700 anni dall’editto di Costantino che sancì la libertà di culto; 2015 l’anno dell’Esposizione internazionale. Utilizzando queste tappe ha saputo esprimere le principali riflessioni a cui è chiamata la nostra città: famiglia come pilastro della formazione e dell'inclusione sociale, libertà di culto per una Milano più matura e civile, crescita equilibrata e sostenibile per la salvaguardia dell’ambiente e della qualità della vita. Non dimenticheremo la sua volontà a fare della nostra città un luogo coeso, solidale, comunicativo, aperto a tutti, dove il terreno è liberato dalle aridità, dai sassi e dai rovi che ne soffocano la fertilità e dove poter realizzare i progetti di vita.

Una riflessione per tutte le forze politiche che intendono partecipare al governo di questa città. Laico ma non agnostico, dice Bersani. Anche la laicità è un processo da coltivare nella crisi epocale che caratterizza la nostra storia. Norberto Bobbio, maestro di democrazia ha suggerito l'icona di un'Italia abitata da "Diversamente credenti". Perché la laicità è diversità, ma per il democratico le differenze devono dialogare perché la società multietnica non è una parentesi ma un destino, come aveva parlato il cardinal Angelo Scola.

venerdì 9 settembre 2011

L'8 Settembre di Reichlin

8 Settembre, anniversario dell'armistizio di Cassibile. Data simbolica poiché segna l'avvio di una nuova, e certamente inedita, fase del percorso politico italiano. Anche oggi la storia, che non si ripete, ma si ripropone, ci chiama ad una riflessione.

Come si colloca il nostro Paese nella nuova divisione internazionale del lavoro? Come si ridefinisce l'identità e il ruolo dello Stato? Quale dovrebbe essere il compito della sinistra? Mi riallaccio proprio oggi a quelle domande, poste ormai più di un anno fa da Alfredo Reichlin, ma sempre attuali. Se i presupposti sono questi, il ruolo storico del PD dovrebbe essere ancora quello di affrontare il problema della crisi dell'unità nazionale. Non siamo però solo di fronte a un problema di carattere economico, ma alla necessità di mettere in campo una nuova cultura politica. Ricordiamoci che il solo terreno possibile di identità della nazione è il suo rapporto con la storia repubblicana, cioè con quella rivoluzione democratica, la sola che abbiamo conosciuto e che può restituire al Paese il senso del suo cammino e quindi un'idea del suo futuro. Come l'8 Settembre 1943, oggi diventa sempre più attuale una nuova alleanza tra le forze più vitali del lavoro, dell'impresa e dell'intelligenza creatrice disposte a battersi contro il grumo di tentazioni sovversive che attraversano la società italiana. Si è ben visto che in Italia non si difende la democrazia se si indebolisce il regime parlamentare. L'auspicio di Reichlin è che l'arena politica sia teatro della competizione di partiti veri e organizzati.

Amartya Sen, ci ricorda che è tempo di concepire lo stesso sviluppo economico «come un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani». Ora, non si tratta di sottovalutare l'importanza dei fattori economici in senso stretto, ma di prestare più attenzione alla necessità di «rimuovere tutte quelle situazioni di esclusione, di non libertà, che condizionano la creatività umana e che concernano la miseria come la tirannia, l'ingiustizia come la mancanza di beni pubblici». Ne è l'esempio contrario la manovra che oggi ha avuto la fiducia del Senato. Puntando su un nuovo rapporto tra gli individui e la comunità, e quindi sulla rinascita della società civile, si possono ricostruire quei legami sociali e quei poteri democratici che la lunga ondata della destra ha distrutto. Per questi motivi la costruzione del PD è ancora necessaria per l'Italia; non sarà il PD a spiegare la storia d'Italia ma viceversa.

Proprio ieri è uscita sull'Unità un'analisi di Alfredo Reichlin dal titolo "La sfida dei giovani" che in parte riprende le immense possibilità che possono scaturire dalla crisi globale e proprio con un passaggio di quell'articolo voglio concludere la mia riflessione: "Vedo che adesso viene avanti una nuova generazione che si candida al comando. È giusto, ed è bene. Ma posso fare una domanda? In nome di che cosa si candidano? Dell’età o di quello che è oggi il compito storico che ci sta davanti, cioè battersi per una grande svolta che è necessaria per salvare l’Italia dal precipizio?"

mercoledì 13 luglio 2011

Come la formica

Riprendo ora, con un certo ritardo, la pubblicazione di contenuti su questo blog. Lo faccio a margine di un faticoso processo politico. All'arrivo della pausa estiva voglio imitare la formica. Rifletto, accumulo contenuti affinché l'inverno non ne sia vuoto.

"Guardi chi passa nella grande estate: la bicicletta tinnula, il gran carro tondo di fieno, bimbi, uccelli, il frate curvo, il ramarro". Così scriveva il Pascoli.

Nella mia estate c'è dentro tutto, ancora per poco. A Settembre faremo ordine. Per Virgilio: Labor omnia vicit improbus. Le difficoltà sono vinte dal duro lavoro. Non sarà certamente un percorso facile ma questo partito ora governa.

La sensazione è che una volta lanciata in mare la barca possa governarsi da sola, ma se le stelle non fanno costellazione e il comandate non fa altro che tenere la barra dritta, senza interpretare le correnti, le onde la riporteranno presto a riva.

La differenza è che ora navighiamo in un mare molto più ampio di Milano. Questo mi spaventa.

martedì 10 maggio 2011

Letizia Berlusconi secondo Mark Twain

Mark Twain, scrittore americano, affermava scherzando: “Se volessimo capire in cosa consiste davvero la razza umana dovremmo solo osservarla in tempo di elezioni”. Trovo che questa fortunata citazione renda bene anche le caratteristiche dei personaggi, candidati, ai quali andremo ad affidare la nostra città.

Domenica, al Parco delle Cave, abbiamo assistito alla chiusura della campagna elettorale di Letizia Bricchetto in Berlusconi. Una manifestazione imponente dal punto di vista organizzativo ma certamente anonima, senza un reale contatto con il territorio (lo stesso modulo poteva essere usato al Parco Sempione come in Piazza Duomo). Una manifestazione che non è evidentemente stata in grado di coinvolgere le associazioni presenti nello stesso Parco delle Cave (si è visto in termini numerici) e i cui segni sono rimasti (spazzatura e disordine) fino al giorno successivo. Una manifestazione che ha costretto la polizia ad intervenire a danno di un gazebo del Partito Democratico, nonostante avesse ottenuto il permesso ben prima del Sindaco uscente. Insomma un’ammissione di fallimento, considerato anche (ciliegina sulla torta) che l’esperienza del Parco non è citata in nessuno dei libercoli distribuiti recentemente proprio da chi la festa l'aveva organizzata li.

Questa è Letizia secondo Mark Twain:

- Un verde urbano senza rispetto dell’ambiente circostante, trasformato in un anonimo Luna Parko delle cave al quale NOI ci opponiamo (vedasi il Piano di Governo del Territorio).
- Eventi commerciali, costosi, lontani dall’universo sociale e associativo, come ne abbiamo visti in questi anni ai quali NOI ci opponiamo (vedasi l’evento annuale denominato “Parchi in Comune”).
- Un’eredità fatta di consumo, degrado e spazzatura alla quale NOI ci opponiamo (vedasi le politiche sui rifiuti fin’ora seguite dal Comune).
- Un utilizzo della forza pubblica senza il minimo rispetto della legalità e delle procedure al quale NOI ci opponiamo (vedasi le ordinanze di De Corato).
- Un’ammissione di fallimento ai quali NOI (e io con il PD) ci opponiamo candidandoci per una Milano nuova, alternativa e sicuramente migliore.

Per il Partito Democratico di Zona 7, lo abbiamo detto tante volte, ed eravamo li Domenica a ricordarlo ai cittadini, è necessario:

• Completare il parco, compresa la messa in sicurezza, la riqualificazione e la restituzione alla cittadinanza dell'area della cava di Quinto Romano “Ongari Cerutti”;
• Riforestare, anche ricorrendo alla collaborazione volontaria dei cittadini;
• Sviluppare l’agricoltura di prossimità unendo la produzione agricola delle cascine con l’implemento della ricettività leggera, anche in collaborazione con i Gruppi di Acquisto solidale e al Distretto Equo Solidale;
• Consolidare le attrezzature esistenti e costruire infrastrutture per l’accesso, la fruibilità e per il tempo libero;
• Incrementare le strutture per attività ludico-ricreative, culturali e sportive;
• Costruire giardini dei fiori e della frutta e istituire gruppi di volontariato;
• Incrementare gli orti urbani;
• Creare aree dedicate ai bambini, che valorizzino l’avventura e l’educazione ambientale;
• Completare e affidare a competenze reali il sistema delle acque;
• Garantire la copertura WI-FI comunale sul Parco;
• Collaborare sempre con le associazioni insediate e non.

«L’uomo è più complesso di quel che pare: ogni uomo adulto rinserra in sé non uno, ma tre uomini diversi: prendete un Sor Giovanni qualunque. In esso c’è il Giovanni Primo, cioè l'uomo che egli crede di essere; c'è il Giovanni Secondo, quello che di lui pensano gli altri; e finalmente il Giovanni Terzo, ciò ch'egli è nella realtà»
M. Twain

mercoledì 27 aprile 2011

Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio cose

E' una bella campagna elettorale! Dentro quei chilometri macinati ci sono tutte le motivazioni con cui un anno fa mi sono proposto coordinatore del Partito Democratico di questa zona, la mia zona, la Zona 7. Dentro quei chilometri c'è anche la storia di una zona grande quanto i comuni da cui è sorta: Muggiano, Baggio, Cassinazza, Barocco e Sala Nuova, Quinto Romano e Quarto Cagnino. Dentro quei chilometri ci sono le mani di coloro che l'hanno scritta, come quelle di: Francesco Petrarca, Papa Alessandro II, Stovani, Giannella, i Fratelli Zoia, Alippi, Montoli, Sisti, Clerici, Bega, De Gradi, Bezzo, Acerbi. Dentro quei chilometri ci sono tutte le persone che incontro, lo sguardo della città fragile, il lato oscuro di una metropoli che ha smarrito i luoghi della propria identità, della sua dimensione sociale, di solitudine a bassa intensità emotiva. Questioni che alimentano paure nel guardare: il povero, perché anche noi percepiamo di essere a rischio di povertà; il matto, perché anche noi ci sentiamo a rischio di disordine mentale; l'immigrato, perché anche a noi capita più spesso di sentirci stranieri; la donna vittima di violenza, perché anche a noi capita di sentirci soggetti di cura e contemporaneamente capro espiatorio del rancore dilagante.

Senza la riscoperta del valore e delle potenzialità del territorio saremo sempre schiacciati da luoghi-non luoghi, dall'invidia di vicinato, da vecchi e nuovi populismi. La Zona 7 ha la più grande superficie di Verde per abitante di Milano. In essa sono collocati, in un'ideale linea naturale: la Piazza d’Armi della caserma Santa Barbara, gli ippodromi di San Siro, il Parco delle Cave, il Parco di Trenno, il Bosco in Città fino ai fontanili di Muggiano e Rho. Preservando l’idea di naturalità e di gestione unitaria, ci saranno le condizioni per sviluppare strutture non invasive come: piste ciclabili, cambi di bocce, orti urbani, centri di piccola foresteria anche attraverso il recupero di strutture abbandonate o di cascine da destinare ad associazioni che abbiano tra gli obiettivi la conoscenza, la cultura del territorio e l’integrazione civica. Una grande esposizione sul campo, in vista dell’Expo 2015, in grado di modificare positivamente l’economia dell’intera città grazie allo sviluppo di nuovi posti di lavoro e riqualificare i borghi e i quartieri storici. Un'occasione irripetibile per rendere la nostra città più bella e più vivibile.

Ci siamo!

lunedì 4 aprile 2011

Ci siamo!

Nei prossimi mesi il blog ospiterà la mia campagna elettorale ma non cambierà la sua vocazione. Quella cioè di continuare ad in-dagere ovvero a spingere le menti verso quelle domande inedite senza le quali perderemmo la nostra bussola. Una caccia al tesoro infinta, in cui dobbiamo farci trovare sempre disponibili ad un’esperienza di ex-stasis, cioè esterna al nostro vissuto quotidiano. Per il poeta americano Roethke: “Una casa per la saggezza; un campo per la rivelazione. Parli alle pietre e rispondono le stelle”.

La mia casa, il PD; Il mio campo, la Zona 7. Parleremo ai luoghi, risponderanno i cittadini.

Come il pianeta del lampionaio nel Piccolo Principe, a cui amo richiamarmi, anche la nostra città ha accelerato negli ultimi vent’anni. Purtroppo chi l’ha amministrata non è stato in grado di accelerare insieme a lei e ora la solitudine, il rancore, il degrado sono entrati non solo negli scenari urbani ma anche in quelli sociali. La città vive come separata. Tante città. Nessun progetto.

Così non si può continuare.

Sono molteplici i motivi, i luoghi e le persone per cui mi sono candidato, e nei prossimi giorni ve ne parlerò. Una cosa è certa, mi sono candidato soprattutto perché non mi voglio più vergognare della mia città. La mia è un passione genuina, porterò avanti una campagna a costi “popolari” e se qualcuno vorrà aiutarmi sarà sempre il benvenuto.

Restate in ascolto.

venerdì 11 febbraio 2011

Semi di futuro

"C'erano sempre stati sul pianeta del piccolo principe dei fiori molto semplici, ornati di una sola raggiera di petali, che non tenevano posto e non disturbavano nessuno. Apparivano un mattino nell'erba e si spegnevano la sera. Ma questo era spuntato un giorno, da un seme venuto chissa' da dove, e il piccolo principe aveva sorvegliato da vicino questo ramoscello che non assomigliava a nessun altro ramoscello. Poteva essere una nuova specie di baobab. Ma l'arbusto cesso' presto di crescere e comincio' a preparare un fiore." Il Piccolo Principe, CAP. VIII; Antoine de Saint-Exupery

Con queste parole ripartono, dopo un mese di silenzio, le riflessioni sul blog. Giorni intensi, carichi di eventi e al tempo stesso rapidi. Nuove domande, nuovi scenari ma anche nuove opportunità da cogliere. I miei passi hanno incrociato nuove pagine, piccoli semi che ci parlano dell’oggi preparandoci al domani. Dal pragmatismo di Amartya Sen, economista, attento alle dicotomie del mondo sospeso tra libertà e oppressione, alla lucida analisi di Aldo Bonomi sul valore della comunità come cura dei rancori e delle invidie provocate dalla solitudine sociale. Piccoli semi che ritrovo ogni giorno proprio nei quartieri di questa città, pronti a sbocciare nel pubblico terreno. Però, come il terreno inaridendosi provocherà la morte del seme, così le nostre comunità, senza voce e senza quegli strumenti di cui parla Sen, finiranno per sciogliersi nelle loro stesse differenze e divisioni.

Ricordo il romanzo di Meneghello, Piccoli Maestri, in cui il protagonista ammoniva i suoi uomini vietando la retorica, pena: cinque giorni a pane e acqua. Ogni tanto, però, pensieri retorici si affacciano spontanei di fronte alle affermazioni di giovani, coetanei e non solo: abbiamo dimenticato cosa vuol dire sognare ad occhi aperti.

Non è semplice da spiegare, per farlo prendo in prestito il termine felicità, usato da Reichlin nel Midollo del Leone. Felicità, come chiave del processo di emancipazione della società. Comunicare felicità nello stare insieme è il primo valore da riscoprire in questa spirale di individualismo. Attraverso la gioia dello stare insieme, condividere i problemi, fare squadra per risolverli, risiede quel fertilizzante chiamato buona Politica, quella con la P maiuscola. Quella politica che crea contenuti e da quelli costruisce il suo rapporto con le istituzioni.

Dice Reichiln: “Ho conosciuto anche la felicità. L'immensa felicità della politica che si fa popolo, che riscrive la storia e ricostruisce la nazione. La Repubblica. E, insieme, la profonda emozione di riscoprire gli italiani, il Paese vero: le borgate, le fabbriche, i braccianti. [...] E' molto acuta in me la consapevolezza della distanza tra il mio tempo e quello che stiamo vivendo. Penso che siamo di fronte non più solo a grandi cambiamenti, sempre avvenuti nel corso della storia, ma a una vera e propria cesura. Ce lo dicono tante cose, dalla crescente mutazione del rapporto tra l'uomo e la natura una condizione nuova del vivere, conoscere, comunicare”.

I semi di cui parlavo prima si inaridiscono, ma prima di morire proveranno a nascere assorbendo ciò che li circonda: populismi di territorio, populismi dell’individualismo, gossip televisivo, sentimenti di rancore e di invidia. Chi vive tutti i giorni la città e le periferie urbane sa di cosa sto parlando e ha già individuato anche quei piccoli semi di cui parlo: un’associazione, una radio, una rete di consumatori, una rete di inquilini, un comitato di quartiere, un teatro, una piccola società sportiva, un negozio, una piccola impresa, una bottega artigiana. Forze positive che parlano individualmente di futuro ma che da sole resterebbero afone in una città in cui pochi hanno parola. Eccoli i nostri sogni ad occhi aperti, piccoli semi che ci parlano di comunità. Piccoli mondi in attesa di un punto sull’orizzonte, una rotta, l'Italia al centro.

venerdì 17 dicembre 2010

Lavoro, Economia, Servizi, Ambiente

Attraverso facebook ho pubblicato alcuni passaggi dal discorso alla città del Cardinale Dionigi Tettamanzi. Ho voluto racchiudere in qualche frase questo grande appello di futuro solidale rivolto ai nostri amministratori, a partire dal quale dovremmo essere in grado di strutturare domande e risposte sulle questioni inedite e cruciali per la nostra città. Andare al di la del voto che ci attende e riscoprire la lungimiranza dell'innovazione, a partire dal tessuto sociale e solidale esistente. Un utile spunto di riflessione per il Partito Democratico affinché, attraverso le sedi dell'elaborazione, possa essere motore per uscire dal clima di sfiducia e annichilimento in cui siamo immersi.

Secondo il Sociologo Mauro Magatti, questo appello, mostra in modo evidente, la mancanza di un canale di rappresentazione mediatica e politica adeguata per le grandi risorse sociali di questa città. Non solo, queste presenze, bloccate, non riescono nemmeno ad esprimere un progetto di futuro. Una buona parte di tessuto sociale che guarda al Mondo e resta a Milano. Invisibile e silenzioso. Ripensare al sistema di welfare nel nuovo contesto sociale e per farlo bisogna essere in grado di adattare le istituzioni ai nuovi contesti. La forza di Milano è il suo dono al volontario, all’integrazione, alla coesione, alla mediazione delle famiglie. Un tessuto di fondamentale importanza per la nostra città. Bisogna essere molto chiari in ciò che si chiede e nello stesso tempo rassicurare rispetto a ciò che si è in grado di offrire per costruire patti e alleanze, legami sociali mancanti.

Già Aldo Aniasi affrontava questi aspetti della vita milanese quando parlava della Milano con “Il cuore in mano” (col coeur in man). “Questa città generosa, umanitaria “socialista” nel senso filosofico del termine, esiste ancora in modo notevole. […] Probabilmente questo è il futuro della solidarietà tra chi ha sofferto e soffre nei confronti di chi non soffre più. […] Milano è una città che sa amalgamare e trasformare la gente delle più disparate provenienze anche sul piano dei sentimenti."

Restituire credibilità al Partito Democratico milanese significa anche saperlo caratterizzare sul piano della proposta e della valorizzazione di esperienze concrete, le quali già provano, almeno in parte a rispondere, con lungimiranza, alle nuove domande. Queste domande riguardano principalmente quattro piani: il piano del lavoro, dell’economia, dei servizi e dell’ambiente. Esse si intrecciano e si influenzano. Il tema scelto per l’Expo traccia il solco nel quale attivare questi settori “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Le esperienze sociali in grado di costruire una città sostenibile, in grado di rilanciarsi sul panorama europeo sono molteplici. Esempi come: il Parco Nord, il Centro di Forestazione Urbano, l’orto botanico di Brera rappresentano quei sistemi in grado di dare risultati positivi tangibili. Le esperienze dei Gruppi di acquisto solidale, la promozione dell’agricoltura di prossimità, la valorizzazione del patrimonio agro-rurale presente, nuovi modelli di didattica all’aria aperta, la creazione di centri di piccola foresteria per studenti e studiosi basterebbe di per se a stravolgere la crisi che ha toccato il mondo del lavoro.

Infine vi riporto alcuni stralci simbolici estratti dal discorso di cui vi parlavo all’inizio:

"Incoraggiamo e promuoviamo chi è generoso, chi incrementa realmente lo sviluppo, chi crea lavoro, chi vive responsabilmente il proprio servizio, chi ricerca il bene comune. Sosteniamo e facciamo conoscere questo patrimonio di bontà, di giustizia, di operosità presente nel nostro tessuto cittadino! […]

La città è fatta di persone oltre che di case, è collegata da relazioni prima che da strade, illuminata dall’energia della solidarietà prima che dai cavi dell’elettricità. Ora, mentre per l’amministrazione urbanistica si impiegano strumenti quali il “Piano regolatore” o il “Piano di governo del territorio”, mi domando se non sia opportuno realizzare anche una “mappa dei cantieri sociali”: quelli da aprire, quelli in cui continuare a lavorare, quelli da chiudere. Con un simile osservatorio si guadagnerebbe un punto di vista nuovo su Milano, per pensare non solo ai grandi cantieri edili ma anche a questi immensi “cantieri sociali”. Cantieri laboriosi e creativi che possano orientare le forze e gli spiriti per superare la frammentazione sociale e spazzare via quel sentimento di diffusa depressione che spesso si respira in Città. […]


Argomenti portanti del dibattito politico e della campagna elettorale da tempo avviata non siano solo questioni strumentali alla contrapposizione e alla ricerca facile del consenso, bensì i temi concreti e realistici che caratterizzano la vita quotidiana delle persone, di tutte le persone, che vivono in Città. E non si parli di Milano solo evidenziandone i problemi: mostriamo le innumerevoli risorse, anzitutto umane e sociali, di cui essa dispone e che chiedono di essere interpellate e spese al meglio.
Cari amministratori, siate responsabili, esemplari, liberi, obbedienti alla retta coscienza, all’istanza fondamentale del bene comune nel governare e nel proporvi agli elettori. […]

Nel 2015, sarà il momento dell’Expo, che da poche settimane ha ricevuto le conferme necessarie per la sua celebrazione. La Città consideri questi eventi quali occasioni per progettare il suo domani: non si fermi guardare anche oltre, per costruire il futuro. fin dove giungono questi appuntamenti, ma sappia guardare anche oltre, per costruire il futuro. […]

Essere amministratore non è mai impresa solitaria ma azione profondamente sociale, che si colloca entro un progetto ampio, con uno sguardo allargato a tutta la Città e con il coinvolgimento di tutte le persone e le realtà che hanno a cuore Milano. Fare della nostra Città un luogo coeso, solidale, comunicativo, aperto a tutti, dove il terreno è liberato dalle aridità, dai sassi e dai rovi che ne soffocano la fertilità, dove poter realizzare i progetti di vita più veri credo sia non un’utopia, ma un’impresa possibile e affascinante.

Con la collaborazione di tutti, però. Nessuno escluso."

Ecco il link al testo completo: http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/pagine/00_PORTALE/2010/Discorso_alla_Citt%C3%A0_2010.pdf

venerdì 3 dicembre 2010

Il PD che sceglie

Il PD vive se appare come risposta alla crisi perché è la sintesi più solida tra forze e bisogni che ripartono dall’interesse generale. […] Allargare la partecipazione e recuperare il primato culturale politico di una forza, la nostra, sorretta da una visione del paese e della democrazia. Accettare questa sfida vuol dire riaccendere la speranza. E vuol dire misurare sulle scelte l’unità di un partito che dispone di una guida seria e di un compito da assolvere. Ora.
Gianni Cuperlo

Destra, sinistra: queste antiche parole vanno ripensate in rapporto alla cose. Siamo di fronte alla crisi del sistema politico costruito dopo il collasso della Prima Repubblica. E questa crisi è tanto più grave e complessa perché si accompagna a un vero e proprio problema di “rifondazione” della politica, e cioè della libertà degli uomini di decidere del loro destino.[…] E’ su cose come queste che si ridefiniscono le ragioni di un grande partito democratico. Si invoca retoricamente il “nuovo”, ma il nuovo è questo. E’ la natura inedita della crisi italiana. E’ la necessità di riprendere finalmente il proprio posto nel cuore del conflitto e delle contraddizioni del mondo moderno”.
Alfredo Reichlin

"Il PD [...] non è un voto di opinione, ma anch'esso, proprio come quello del Pdl, un blocco sociale e culturale, un impasto di tradizioni, valori e interessi distribuiti a livello nazionale e, qui è l'originalità, fondati sull'autonomia della politica, non sul suo discredito o la sua subalternità".
Miguel Gotor


Pur avendo consultato una vasta biblioteca non ho trovato nulla di meglio per esprimere il senso storico del nostro cammino politico. Concentriamoci e confrontiamoci su questo ruolo. Abbiamo strettamente a che fare con le trasformazioni in atto nell’economia e nella società. E sulla base di queste costruire, insieme, missioni e valori. Indicare cioè, quale è l’obiettivo da raggiungere e come quell’obiettivo deve essere raggiunto. L’una non reggerebbe senza l’altra.

Siamo pronti a confrontarci. La meta è fissata. Non resta che andare in agenzia e programmare il viaggio. Questo è il nostro modo di interpretare il nostro senso storico irrinunciabile. Sono solo titoli ma se letti lentamente, uno alla volta, possono ridare senso a tutto. Anche a noi stessi. Provate.


- Autorità di coordinamento per l’emergenza del lavoro.

- Da agricoltura periurbana ad agricoltura di prossimità.

- Da attrezzature pesanti ad attrezzature non invasive.

- Distretti Equo Solidali e Gruppi di Acquisto Solidali.

- Rete cascine: cultura, ricettività e foresteria.

- Da acqua come ostacolo ad acqua come risorsa.

- Ciclabili e trasporto sostenibile, tra lavoro, cultura e turismo.

- Centri di Aggregazione Giovanili.

- Da Tessuti Urbani Consolidati a Nuclei di Antica Formazione.


Direte ora: Partiamo?
Dico io: Siamo già partiti!

Occorre un atto di coraggio.

mercoledì 24 novembre 2010

Domande inedite

I moderni sociologi leggono la situazione di crisi attuale caratterizzata da un maggiore grado di pluralismo (la cui degenerazione può essere verificata nel personalismo dell’azione politica) e di libertà (osservabile nella proliferazione incontrollata di forme di populismo e di qualunquismo che sfruttano gli istinti meno nobili che attraversano le opinioni pubbliche contemporanee). Il sintomo evidente è la perdita di ogni riferimento collettivo. Questo processo si verifica in uno scollamento tra istituzioni ed esperienza soggettiva indebolendo un comune ancoramento culturale. E’ la base della crisi sociale in atto.

Ora, non solo la creazione della propria identità avviene sempre più slegata dal contesto territoriale in cui si vive (la sensazione è che le decisioni vengano prese altrove; in luoghi – non luoghi nuovi rispetto al tradizione sistema istituzionale. In un certo senso essi scavalcano anche il ruolo stesso di stato weberiano, che diventa minuscolo). La questione locale viene percepita come una questione ormai sorpassata, con scarso interesse, la dimostrazione è nella diffusione sempre maggiore di tecnologie di comunicazione legate alla rete che spostano lo spazio da localizzato a globalizzato (naturale evoluzione dell’ampio concetto di globalizzazione).

Si realizza il “diritto alla recinzione” che, come scrive Zanini, “consente di tirarsi fuori da un territorio, di isolarsi rispetto ad un tutto, segregandosi in un proprio spazio idealizzato. […] In altre parole, tirarsi fuori da una comunità, intesa come unità, sia essa la nazione o la città per costruire un’altra comunità che la sostituisca, rimanendo sospesa nella regola”. Ciò alimenta il desiderio di auto segregazione, in un delirio di autoreferenzialità, che uccide il sociale prima ancora che il politico. Ecco quindi la nascita della mancanza di un'ancora culturale e territoriale a cui fare riferimento. Il cittadino si trova nella condizione di non leggere più il suo territorio in quanto entità reale ma interpretare quel territorio contenuto nella globalità mediatica e telematica, percepito quindi attraverso un filtro, un intermediario.

In un così complesso quadro di riferimento sociale, il cittadino, sballottato all’interno di un bombardamento di input diviene incapace di concepire un pensiero realmente autonomo e per difendersi sostiene un processo conosciuto come “categorizzazione”. I bambini, non possedendo una vasta gamma concettuale di interpretazione mettono in pratica gli stereotipi, gli adulti, confusi dagli elementi precedentemente analizzati, attuano la categorizzazione. Quanto mai dannosa alla formazione di un corretto pensiero politico-sociale, la categorizzazione dei processi entro determinati schemi, a volte dettati dalla propaganda, a sua volta derivata da regole iniziali confuse sugli obiettivi.

I programmi dei partiti, anche se scritti con cura e attenzione nei confronti delle parti sociali saltano, salta il loro significato e la loro presa sulle persone che si affidano, ancora una volta di più a complesse categorizzazioni di pezzi di realtà, in grado di creare un surrogato di presente nella quale manca una reale percezione del futuro.

Nel frattempo in cui il cittadino si smarrisce e categorizza sul piano nazionale avvengono fenomeni nuovi. Si forma ansia per un governo nazionale quotidianamente in bilico che ci sommerge con dichiarazioni a volte in contrasto tra loro. Si forma sfiducia verso il modello istituzione basato sulla rappresentanza legato alla crisi di tutti i settori sociali in atto. Si forma smarrimento dovuto alla nascita di nuove formazioni politiche e nuove alleanze. In questo nuovo scenario avviene una ulteriore, nuova, crisi, quella degli intermediari. Il giornalismo non si dimostra più all’altezza di rappresentare e interpretare la realtà in corso come avveniva nel passato. Manca la capacità di sintesi e sempre più i media incollano tra loro dieci secondi di Bersani, cinque di Di Pietro e venti di Capezzone, estrapolando, a seconda del messaggio che vuole essere comunicato il pensiero più appetibile. Sarà poi compito dei cittadini interpretarlo ed inserirlo nelle proprie categorizzazioni. Ulrich Beck scrive: “La politica non è più fatta dal sistema politico ma dalla scienza, dall’economia, dalla tecnologia”. Oggi si ritorna alle origini di un nuovo sistema politico, tutto da scrivere. Questo ci permette di comprendere come anche i partiti, in quanto intermediari, vengono travolti dalla crisi in corso.

Ecco che anche all’interno del PD si formano idee diverse sulla sua collocazione rispetto allo scacchiere politico sia locale, sia nazionale. Proliferano i protagonismi, che interpretano, ognuno secondo il proprio modello di riferimento la crisi in atto e ognuno, prova a dare una soluzione. In questo si collocano le visioni contrastanti emerse in questi mesi, da Civati a Chiamparino, da Garavaglia a Penati. Terzo polo si, terzo polo no. Lista civica si, lista civica no. Cattolici si, cattolici no. In questo si inserisce quel dibattito sul futuro del Partito Democratico all’interno del quale non mi dilungo ora poiché voglio affidarlo al futuro (questo è lo spirito del Post).

Questa evoluzione ci mostra una nuova tappa dell'evoluzione della "forma-partito" teorizzata dai politologi. Le pressioni istituzionali sono sempre più affidate agli agglomerati della società civile e alle sue forme di comunicazione e mediazione. Macchine come i partiti, se si dimostrano incapaci di modificare la loro azione all’interno di un contesto di rinnovamento culturale, rispetto ad un sentire comune, finiscono quindi per assomigliare a lenti carrozzoni, in una realtà rapida dove vince la capacità di dare voce a nuove categorie sociali. Sempre più i nuovi agglomerati incidono, propongono, aggregano superando completamente la macchina partito che viene esclusa trasformandosi in una sorta di corpo estraneo, da rigettare. In questo contesto è importante non danneggiare i protagonisti di queste primarie per quello che potranno rappresentare in questa campagna di coinvolgimento.

ll PD è nato per cercare risposte a domande in parte inedite e per inserirsi e risanare quei rapporti sociali lacerati da anni di berlusconismo. Ora, tanto più deboli e precarie sono le fondamenta della nostra Democrazia tanto più siamo responsabilizzati a costruire un grande partito rivolto alle nuove, silenziose, categorie sociali per abbattere i luoghi comuni e gli schematismi del ragionamento collettivo e ridare voce ai, sempre più distanti, agglomerati sociali. Lo dobbiamo fare nella duplice direzione a cui la politica ci chiama ad agire: fare rete e restituire un obiettivo comune. Guardiamo quindi a una Milano e a un’Italia nuova, solidale, condivisa, comprendente, inclusiva e partecipata. Guardiamola nel solco del Globalocalismo come antidoto allo smarrimento sopra analizzato.

mercoledì 3 novembre 2010

Chi semina vento...

Sono preoccupato. In modo particolare per i ragazzi della mia generazione. A loro dedico questa riflessione. Per loro che da questa situazione possono solo maturare altro disprezzo verso la politica. Disprezzo sia verso la “Policy”, ovvero verso il problema del governo, cioè di quella costellazione di decisioni riferite ai problemi della comunità, sia verso la “Politics” ovvero verso il problema legato all’”architettura” del potere istituzionale e al suo funzionamento. Entrambe messe a dura prova dalla caparbietà di alcuni nostri governanti che non riescono a trasmettere ad una generazione evidentemente in crisi (non solo economica), affamata di futuro, nemmeno il senso del domani chiudendolo ancora all’interno di categorie e slogan appartenenti al passato.

Ha ragione Ulirich Beck quando scrive, a proposito dei giovani, spesso erroneamente accusati di essere indifferenti alla politica, che essi: “odiano i formalismi delle organizzazioni e il loro modello di impegno costruito sull’imperativo del sacrificio della singola individualità […]. Non abbiamo a che fare con una caduta dei valori, ma con un conflitto tra valori, tra due concezioni diverse per stile e per contenuto, della società, della democrazia e della politica”. L’individuo contemporaneo, per la sua naturale caratteristica di ribellione legata alla sfiducia, cerca quindi di impegnarsi “laddove è possibile rimanere soggetti della propria azione”.

La sfida con cui il PD è nato è, tra le tante, quella di riuscire a realizzare un passaggio chiaro all’interno di quelle “due concezioni della società” contenute in Beck e che porta al disprezzo verso forme di democrazia come i partiti. Ovvero a partire da quella che Piaget, già nel 1957, chiamava “Morale eteronoma” (caratterizzata dal fatto che le nozioni di giusto e ingiusto si identificano con le nozioni di dovere e disobbedienza) ad una “morale autonoma” (basata sulle capacità personali di giudizio e di valutazione dei contesti relazionali e situazionali) per dirla con Honneth “stimare qualcuno come persona consiste in primo luogo nel fatto che la stima non sta nell’applicazione di norme universali ma nella valutazione differenziata di capacità e qualità concrete”.

Magatti infatti ci ricorda che “è necessario riportare l’istanza individualistica, che è alla base della crisi della modernità societaria, verso una prospettiva maggiormente capace di riconoscere il significato delle istituzioni sociali. La sfida è quella di riuscire a non disattendere la richiesta di legare ad un livello più alto la propria vicenda personale con quanto accade attorno, richiesta che costituisce uno dei nodi più cruciali e problematici della vita sociale contemporanea.

Non sono parole semplici, il carico affidato alla politica è enorme ed è innanzitutto quello di riuscire a leggere la vita sociale con nuove categorie dinamiche. Solo in questo modo questa politica potrà tornare a parlare di futuro ai giovani.

Mentre c’è bisogno di tutto questo assistiamo, ogni giorno di più, alla caduta di un governo posto sotto assedio dal suo stesso presidente incapace persino di esprimersi con rispetto verso il Paese. Un grande Vittorio Foa, rivolgendosi ai giovani diceva che “il degrado della politica e delle sue parole sta proprio nell’agire pensando di essere soli e nel pensare solo a se stessi”. Abbiamo lentamente assistito alla scomparsa dell’interlocutore e la politica è oggi il patto che lo stesso Foa definiva “tra governi e governanti”.

Ecco l’altra sfida con cui questo PD si consolida nel Paese, quella di rompere questo patto e restituire la collettività all’individuo, anche nella politica. Di ricostruire cioè quel tessuto basato sul legame con l’altro sociale, provando a superare l’odio di Beck verso le istituzioni non lasciandolo sulle spalle della società civile.

Chi semina vento raccoglie tempesta, cita la Bibbia nel libro di Osea, 8,7. Neruda lo scriveva nella poesia “Spiego alcune cose” di cui vi ho riportato i versi. Essi rappresentano il pensiero di Osea e rendono il clima politico di questi giorni, per un giovane, insicuro e impaurito.

[…]
Vi racconterò tutto ciò che mi accade.
Io vivevo in un quartiere
di Madrid, con campane,
con orologi e con alberi.

Di là si vedeva
il volto secco di Castiglia,
simile ad un oceano di cuoio.

La mia casa era detta
la casa dei fiori, perché da tutti gli angoli
scoppiavano gerani:
era una bella casa,
con tanti cani e bambini.

Raul, Ti ricordi?
Ti ricordi, Rafael?
Federico, ti ricordi,
ora sotto la terra,
ti ricordi della mia casa con balconi
dove la luce di giugno soffocava di fiori la tua bocca?
Fratello, fratello!

Tutto
era alte voci, sale delle merci,
mucchi di pane palpitante,
mercati del mio rione di Argüelles, con la sua statua
come un pallido calamaio tra i merluzzi:
l'olio colava sui cucchiai,
un profondo battito
di mani e piedi riempiva le vie,
metri, litri, essenza
sottile della vita,
pesce ammassato,
intreccio di tetti con freddo sole
nel quale la saetta s'affatica,
delirante e fino avorio delle patate,
pomodori ripetuti fino al mare.

E infine una mattina tutto divampava
e una mattina i fuochi
uscivano dalla terra
divorando persone,
e da allora fuoco,
da allora spari,
e da allora sangue.
Banditi con aeroplani e con mori,
banditi con anelli e duchesse,
banditi con neri frati in atto di benedire
venivano dal cielo a uccidere bambini,
e per le strade il sangue dei bambini
correva semplice, come sangue di bambini.

Sciacalli che lo stesso sciacallo schiferebbe,
pietre che il cardo secco morderebbe sputando,
vipere che le vipere odierebbero!

Davanti a voi ho visto il sangue
di Spagna sollevarsi
per affogarvi in una sola ondata
D’orgoglio e di coltelli!

Generali
traditori:
guardate la mia casa morta,
guardata la Spagna lacerata:
eppure, da ogni casa morta sgorga un metallo di fuoco
anzichè fiori,
eppure da ogni cavità della Spagna
spunta la Spagna,
da ogni bambino morto sprizza un fucile con occhi,
da ogni delitto nascono proiettili
che un giorno troveranno il punto
del vostro cuore.

Voi mi chiederete: perché la tua poesia
non ci parla del sogno, delle foglie,
dei grandi vulcani del tuo paese natio?

Venite a vedere il sangue per le strade,
venite a vedere
il sangue per le strade,
venite a vedere il sangue
per le strade!”

Sono in molti a chiedere ai partiti delle opposizioni “perché non parlate di sogni, di foglie, di grandi vulcani o del paese natio?”. Venite a vedere i danni di questo governo nel cuore delle giovani generazioni. Abbiamo bisogno di un grande sforzo collettivo per tornare a parlare a loro, con loro, di loro, per loro. Ecco il nostro lavoro, ecco il lavoro di un grande partito riformista.