mercoledì 24 novembre 2010

Domande inedite

I moderni sociologi leggono la situazione di crisi attuale caratterizzata da un maggiore grado di pluralismo (la cui degenerazione può essere verificata nel personalismo dell’azione politica) e di libertà (osservabile nella proliferazione incontrollata di forme di populismo e di qualunquismo che sfruttano gli istinti meno nobili che attraversano le opinioni pubbliche contemporanee). Il sintomo evidente è la perdita di ogni riferimento collettivo. Questo processo si verifica in uno scollamento tra istituzioni ed esperienza soggettiva indebolendo un comune ancoramento culturale. E’ la base della crisi sociale in atto.

Ora, non solo la creazione della propria identità avviene sempre più slegata dal contesto territoriale in cui si vive (la sensazione è che le decisioni vengano prese altrove; in luoghi – non luoghi nuovi rispetto al tradizione sistema istituzionale. In un certo senso essi scavalcano anche il ruolo stesso di stato weberiano, che diventa minuscolo). La questione locale viene percepita come una questione ormai sorpassata, con scarso interesse, la dimostrazione è nella diffusione sempre maggiore di tecnologie di comunicazione legate alla rete che spostano lo spazio da localizzato a globalizzato (naturale evoluzione dell’ampio concetto di globalizzazione).

Si realizza il “diritto alla recinzione” che, come scrive Zanini, “consente di tirarsi fuori da un territorio, di isolarsi rispetto ad un tutto, segregandosi in un proprio spazio idealizzato. […] In altre parole, tirarsi fuori da una comunità, intesa come unità, sia essa la nazione o la città per costruire un’altra comunità che la sostituisca, rimanendo sospesa nella regola”. Ciò alimenta il desiderio di auto segregazione, in un delirio di autoreferenzialità, che uccide il sociale prima ancora che il politico. Ecco quindi la nascita della mancanza di un'ancora culturale e territoriale a cui fare riferimento. Il cittadino si trova nella condizione di non leggere più il suo territorio in quanto entità reale ma interpretare quel territorio contenuto nella globalità mediatica e telematica, percepito quindi attraverso un filtro, un intermediario.

In un così complesso quadro di riferimento sociale, il cittadino, sballottato all’interno di un bombardamento di input diviene incapace di concepire un pensiero realmente autonomo e per difendersi sostiene un processo conosciuto come “categorizzazione”. I bambini, non possedendo una vasta gamma concettuale di interpretazione mettono in pratica gli stereotipi, gli adulti, confusi dagli elementi precedentemente analizzati, attuano la categorizzazione. Quanto mai dannosa alla formazione di un corretto pensiero politico-sociale, la categorizzazione dei processi entro determinati schemi, a volte dettati dalla propaganda, a sua volta derivata da regole iniziali confuse sugli obiettivi.

I programmi dei partiti, anche se scritti con cura e attenzione nei confronti delle parti sociali saltano, salta il loro significato e la loro presa sulle persone che si affidano, ancora una volta di più a complesse categorizzazioni di pezzi di realtà, in grado di creare un surrogato di presente nella quale manca una reale percezione del futuro.

Nel frattempo in cui il cittadino si smarrisce e categorizza sul piano nazionale avvengono fenomeni nuovi. Si forma ansia per un governo nazionale quotidianamente in bilico che ci sommerge con dichiarazioni a volte in contrasto tra loro. Si forma sfiducia verso il modello istituzione basato sulla rappresentanza legato alla crisi di tutti i settori sociali in atto. Si forma smarrimento dovuto alla nascita di nuove formazioni politiche e nuove alleanze. In questo nuovo scenario avviene una ulteriore, nuova, crisi, quella degli intermediari. Il giornalismo non si dimostra più all’altezza di rappresentare e interpretare la realtà in corso come avveniva nel passato. Manca la capacità di sintesi e sempre più i media incollano tra loro dieci secondi di Bersani, cinque di Di Pietro e venti di Capezzone, estrapolando, a seconda del messaggio che vuole essere comunicato il pensiero più appetibile. Sarà poi compito dei cittadini interpretarlo ed inserirlo nelle proprie categorizzazioni. Ulrich Beck scrive: “La politica non è più fatta dal sistema politico ma dalla scienza, dall’economia, dalla tecnologia”. Oggi si ritorna alle origini di un nuovo sistema politico, tutto da scrivere. Questo ci permette di comprendere come anche i partiti, in quanto intermediari, vengono travolti dalla crisi in corso.

Ecco che anche all’interno del PD si formano idee diverse sulla sua collocazione rispetto allo scacchiere politico sia locale, sia nazionale. Proliferano i protagonismi, che interpretano, ognuno secondo il proprio modello di riferimento la crisi in atto e ognuno, prova a dare una soluzione. In questo si collocano le visioni contrastanti emerse in questi mesi, da Civati a Chiamparino, da Garavaglia a Penati. Terzo polo si, terzo polo no. Lista civica si, lista civica no. Cattolici si, cattolici no. In questo si inserisce quel dibattito sul futuro del Partito Democratico all’interno del quale non mi dilungo ora poiché voglio affidarlo al futuro (questo è lo spirito del Post).

Questa evoluzione ci mostra una nuova tappa dell'evoluzione della "forma-partito" teorizzata dai politologi. Le pressioni istituzionali sono sempre più affidate agli agglomerati della società civile e alle sue forme di comunicazione e mediazione. Macchine come i partiti, se si dimostrano incapaci di modificare la loro azione all’interno di un contesto di rinnovamento culturale, rispetto ad un sentire comune, finiscono quindi per assomigliare a lenti carrozzoni, in una realtà rapida dove vince la capacità di dare voce a nuove categorie sociali. Sempre più i nuovi agglomerati incidono, propongono, aggregano superando completamente la macchina partito che viene esclusa trasformandosi in una sorta di corpo estraneo, da rigettare. In questo contesto è importante non danneggiare i protagonisti di queste primarie per quello che potranno rappresentare in questa campagna di coinvolgimento.

ll PD è nato per cercare risposte a domande in parte inedite e per inserirsi e risanare quei rapporti sociali lacerati da anni di berlusconismo. Ora, tanto più deboli e precarie sono le fondamenta della nostra Democrazia tanto più siamo responsabilizzati a costruire un grande partito rivolto alle nuove, silenziose, categorie sociali per abbattere i luoghi comuni e gli schematismi del ragionamento collettivo e ridare voce ai, sempre più distanti, agglomerati sociali. Lo dobbiamo fare nella duplice direzione a cui la politica ci chiama ad agire: fare rete e restituire un obiettivo comune. Guardiamo quindi a una Milano e a un’Italia nuova, solidale, condivisa, comprendente, inclusiva e partecipata. Guardiamola nel solco del Globalocalismo come antidoto allo smarrimento sopra analizzato.

mercoledì 3 novembre 2010

Chi semina vento...

Sono preoccupato. In modo particolare per i ragazzi della mia generazione. A loro dedico questa riflessione. Per loro che da questa situazione possono solo maturare altro disprezzo verso la politica. Disprezzo sia verso la “Policy”, ovvero verso il problema del governo, cioè di quella costellazione di decisioni riferite ai problemi della comunità, sia verso la “Politics” ovvero verso il problema legato all’”architettura” del potere istituzionale e al suo funzionamento. Entrambe messe a dura prova dalla caparbietà di alcuni nostri governanti che non riescono a trasmettere ad una generazione evidentemente in crisi (non solo economica), affamata di futuro, nemmeno il senso del domani chiudendolo ancora all’interno di categorie e slogan appartenenti al passato.

Ha ragione Ulirich Beck quando scrive, a proposito dei giovani, spesso erroneamente accusati di essere indifferenti alla politica, che essi: “odiano i formalismi delle organizzazioni e il loro modello di impegno costruito sull’imperativo del sacrificio della singola individualità […]. Non abbiamo a che fare con una caduta dei valori, ma con un conflitto tra valori, tra due concezioni diverse per stile e per contenuto, della società, della democrazia e della politica”. L’individuo contemporaneo, per la sua naturale caratteristica di ribellione legata alla sfiducia, cerca quindi di impegnarsi “laddove è possibile rimanere soggetti della propria azione”.

La sfida con cui il PD è nato è, tra le tante, quella di riuscire a realizzare un passaggio chiaro all’interno di quelle “due concezioni della società” contenute in Beck e che porta al disprezzo verso forme di democrazia come i partiti. Ovvero a partire da quella che Piaget, già nel 1957, chiamava “Morale eteronoma” (caratterizzata dal fatto che le nozioni di giusto e ingiusto si identificano con le nozioni di dovere e disobbedienza) ad una “morale autonoma” (basata sulle capacità personali di giudizio e di valutazione dei contesti relazionali e situazionali) per dirla con Honneth “stimare qualcuno come persona consiste in primo luogo nel fatto che la stima non sta nell’applicazione di norme universali ma nella valutazione differenziata di capacità e qualità concrete”.

Magatti infatti ci ricorda che “è necessario riportare l’istanza individualistica, che è alla base della crisi della modernità societaria, verso una prospettiva maggiormente capace di riconoscere il significato delle istituzioni sociali. La sfida è quella di riuscire a non disattendere la richiesta di legare ad un livello più alto la propria vicenda personale con quanto accade attorno, richiesta che costituisce uno dei nodi più cruciali e problematici della vita sociale contemporanea.

Non sono parole semplici, il carico affidato alla politica è enorme ed è innanzitutto quello di riuscire a leggere la vita sociale con nuove categorie dinamiche. Solo in questo modo questa politica potrà tornare a parlare di futuro ai giovani.

Mentre c’è bisogno di tutto questo assistiamo, ogni giorno di più, alla caduta di un governo posto sotto assedio dal suo stesso presidente incapace persino di esprimersi con rispetto verso il Paese. Un grande Vittorio Foa, rivolgendosi ai giovani diceva che “il degrado della politica e delle sue parole sta proprio nell’agire pensando di essere soli e nel pensare solo a se stessi”. Abbiamo lentamente assistito alla scomparsa dell’interlocutore e la politica è oggi il patto che lo stesso Foa definiva “tra governi e governanti”.

Ecco l’altra sfida con cui questo PD si consolida nel Paese, quella di rompere questo patto e restituire la collettività all’individuo, anche nella politica. Di ricostruire cioè quel tessuto basato sul legame con l’altro sociale, provando a superare l’odio di Beck verso le istituzioni non lasciandolo sulle spalle della società civile.

Chi semina vento raccoglie tempesta, cita la Bibbia nel libro di Osea, 8,7. Neruda lo scriveva nella poesia “Spiego alcune cose” di cui vi ho riportato i versi. Essi rappresentano il pensiero di Osea e rendono il clima politico di questi giorni, per un giovane, insicuro e impaurito.

[…]
Vi racconterò tutto ciò che mi accade.
Io vivevo in un quartiere
di Madrid, con campane,
con orologi e con alberi.

Di là si vedeva
il volto secco di Castiglia,
simile ad un oceano di cuoio.

La mia casa era detta
la casa dei fiori, perché da tutti gli angoli
scoppiavano gerani:
era una bella casa,
con tanti cani e bambini.

Raul, Ti ricordi?
Ti ricordi, Rafael?
Federico, ti ricordi,
ora sotto la terra,
ti ricordi della mia casa con balconi
dove la luce di giugno soffocava di fiori la tua bocca?
Fratello, fratello!

Tutto
era alte voci, sale delle merci,
mucchi di pane palpitante,
mercati del mio rione di Argüelles, con la sua statua
come un pallido calamaio tra i merluzzi:
l'olio colava sui cucchiai,
un profondo battito
di mani e piedi riempiva le vie,
metri, litri, essenza
sottile della vita,
pesce ammassato,
intreccio di tetti con freddo sole
nel quale la saetta s'affatica,
delirante e fino avorio delle patate,
pomodori ripetuti fino al mare.

E infine una mattina tutto divampava
e una mattina i fuochi
uscivano dalla terra
divorando persone,
e da allora fuoco,
da allora spari,
e da allora sangue.
Banditi con aeroplani e con mori,
banditi con anelli e duchesse,
banditi con neri frati in atto di benedire
venivano dal cielo a uccidere bambini,
e per le strade il sangue dei bambini
correva semplice, come sangue di bambini.

Sciacalli che lo stesso sciacallo schiferebbe,
pietre che il cardo secco morderebbe sputando,
vipere che le vipere odierebbero!

Davanti a voi ho visto il sangue
di Spagna sollevarsi
per affogarvi in una sola ondata
D’orgoglio e di coltelli!

Generali
traditori:
guardate la mia casa morta,
guardata la Spagna lacerata:
eppure, da ogni casa morta sgorga un metallo di fuoco
anzichè fiori,
eppure da ogni cavità della Spagna
spunta la Spagna,
da ogni bambino morto sprizza un fucile con occhi,
da ogni delitto nascono proiettili
che un giorno troveranno il punto
del vostro cuore.

Voi mi chiederete: perché la tua poesia
non ci parla del sogno, delle foglie,
dei grandi vulcani del tuo paese natio?

Venite a vedere il sangue per le strade,
venite a vedere
il sangue per le strade,
venite a vedere il sangue
per le strade!”

Sono in molti a chiedere ai partiti delle opposizioni “perché non parlate di sogni, di foglie, di grandi vulcani o del paese natio?”. Venite a vedere i danni di questo governo nel cuore delle giovani generazioni. Abbiamo bisogno di un grande sforzo collettivo per tornare a parlare a loro, con loro, di loro, per loro. Ecco il nostro lavoro, ecco il lavoro di un grande partito riformista.

sabato 23 ottobre 2010

Una vita... per diventar giovani

Dai “quaderni” di Gramsci: “Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa […]. Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre. […] Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro, ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più. Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali ma non siete capaci che di costruire soffitte”. Queste parole, oltre ad essere contenute nel “Midollo del Leone” di Reichlin, contengono ancora oggi un forte elemento attuale, vengono infatti riprese ad ogni “questione generazionale”. (basta cercare su Google per farsene un’idea).

Senza entrare nel merito dell’attualità, anche se i richiami vi saranno venuti in mente, il dibattito ruota sempre attorno ai punti di vista dell’intendere il ruolo di giovane in riferimento alla realtà sociale o politica nella quale si agisce. Quanto descritto da Gramsci non è che uno dei modi di intendere lo sviluppo della complessità giovanile ed indica quello che i moderni sociologi collocano nell’ambito della ribellione.

Lo stesso pensiero di ribellione è contenuto anche in opere cinematografiche come “Heimat 2, cronaca di una giovinezza” dove viene pronunciata la seguente battuta:

“Dimentichiamo i nostri padri. Noi siamo il parto di noi stessi. Dunque siamo dei!”

Battuta dalla quale emerge il senso di rivolta, la stessa contenuta nell’avvertimento di Gramsci, di chi si oppone agli dei e ruba il fuoco della conoscenza da donare agli uomini. (Vi viene in mente qualcuno?) Anche in questo caso sarebbe complesso analizzare il mito di Prometeo, tanto più dovremmo distinguere il Prometeo di Platone dal Prometeo di Eschilo ma non stiamo facendo altro che tracciare i tratti di un modo di essere o di percepire il giovane.

Che dire allora della poesia di Majakovsky:
“Battete in piazza il calpestio delle rivolte!
In alto catene di teste superbe!
Con la piena di un nuovo diluvio
Laveremo la città dei mondi”

E’ la forza del giovane che non si accontenta di stare al passo con il suo tempo e si pone nell’incertezza se collocarsi nel passato o nel futuro (un futuro però scritto dalle regole dettate dal passato). Questi giovani vogliono vivere e costruirsi un nuovo futuro. Esattamente come nel film: “Momenti di Gloria” il giovane grida: “Io porto l’avvenire con me!”. Un mix tra generosità, verso la propria generazione; vocazione al cambiamento e voglia di futuro.

La politica attinge anche da questi atteggiamenti. L’Italia è certamente un Paese complesso ma a differenza di come viene confusamente vissuto, il compito di un Partito non è quello di aggiungere complessità alla complessità ma di attutire le luci della città per mostrare la via lattea della realtà sociale. (aggiungo nei modi e nei luoghi giusti, quasi a voler richiamare anche Aristotele).

Questo giovane tende ad esaltare la sua visionaria ostinazione, lo spinge a leggere la realtà con altri occhi suscitando l'ilarità delle persone che assistono alle sue folli gesta. Non è un concetto nuovo, Miguel de Cervantes ne ha parlato nel suo Don Chiscotte. Un personaggio che sottolinea l'inadeguatezza degli intellettuali della sua epoca e prova a fronteggiare a modo suo i tempi nuovi. Eppure come scrisse Ernest Bloch, Don Chiscotte prova solo a fronteggiare i limiti umani come prova a fare l’Ulisse. Eppure Don Chiscotte non vuole limitarsi ad andare “oltre” prova a realizzare il suo mondo visionario per questo il giovane Don Chisciotte cerca figure da rendere reali e demonizza fino all’estremo gli elementi più naturali della propria vita. Il loro motto resta quello dello scrittore Coupland, quello della “Generazione X”: “avere paura di morire a trent’anni ed essere sepolti a ottanta”.

In questo senso vorrei quindi riprendere, seppure in piccola parte il mio modo di essere giovane. Un giovane di lungo periodo che non ha paura di costruire il proprio pensiero sulla base di riflessioni complesse da ampliare nella complessità. Un giovane che prova a leggere più di quanto scrive, che ascolta più di quanto parla. Non sarà mediaticamente influente in questa epoca storica ma infondo è proprio Walt Whitman a ricordarci:

“Io sono uno che accarezza la vita ovunque vada,
che volga indietro o avanti.
Mi chino sulle nicchie appartate e i subalterni,
non trascuro un oggetto o una persona.
Tutto assorbendo in me e per questo mio canto”

Il raggiungimento, di un solo obiettivo, anche piccolo, può occupare gran parte della vita, di un giovane “tendo le mani ai giorni in boccio che saran domani” scriveva Ranier Maria Rilke mentre Pablo Picasso, scherzosamente diceva addirittura che: “Ci vuole molto tempo per diventare giovani”, aggiunge il saggio: “…una vita”.

martedì 19 ottobre 2010

Risposte nuove a problemi nuovi

Prendo spunto da una riflessione a margine dell’incontro avvenuto con il Consigliere Comunale Davide Corritore. Lo faccio provando ad analizzare un suo stato di amarezza, rispetto al simbolismo costruito da Stefano Boeri al Teatro Smeraldo. In particolare lo rivolgo alla critica che il blog “Boeri? Nein Danke!” ha mosso nei confronti dello stesso candidato, (sicuri a tal punto della critica da non aver abilitato la possibilità di commentare i post) si legge infatti: “Mentre Pisapia era a Roma in piazza affianco ai lavoratori […] Boeri faceva la convention all’americana allo Smeraldo, con i palloncini che volavano e il Piddì in versione “understatement ipocrita (senza bandiere, ma coi maggiorenti), impegnato a riempire la scala con le truppe cammellate da tutta la provincia” ecco il link: http://www.boerineindanke.org/?p=1397 .

Rimanendo fedele ad un buon vizio è mia intenzione iniziare riportando un pensiero, una sorta di profezia di Alexis de Toqueville: “una folla innumerevole di uomini uguali […]. Ognuno di essi tenendosi in disparte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto agli altri suoi concittadini, egli è vicino ad essi ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria”.

Troviamo in questo pensiero la crisi dello spazio pubblico prevista nel futuro dell’uomo democratico. Pensiero attuale a tal punto che Lipovetsky, filosofo francese nel 1983, oltre cento anni dopo scrisse: “siamo diventati più sensibili alla miseria esposta dal piccolo schermo che a quella immediatamente tangibile; c’è più commiserazione per l’altro lontano che per il nostro vicino quotidiano”. Così anche nella piccola realtà locale diviene più complesso percepire la propria identità globale. In una realtà sempre più frammentata appaiono quelle che si possono definire come le “ferite della società”. Cioè quegli spazi di distanza tra mondi sociali che allontanano le diverse forme dell’agire rispetto ad una visione di reciproca utilità.

In questo solco si colloca il ruolo della politica e dei partiti. All’interno di questo schema si colloca anche il ruolo del PD che tenta di ricostruire su una base nuova e avanzata il tessuto della società italiana. I vecchi partiti e le loro vecchie ricette si scontrano oggi con le nuove realtà e la stessa dimensione programmatica tipica dei “Cartel Party”, nati negli anni ’80 in tutta Europa, ultimo grado dell’evoluzione politica dei partiti viene superata mentre nascono nuove esigenze.

Tutto questo declina verso quanto analizzato dal Sociologo Alessandro Pizzorno nel 2002, quando parla di classe pubblico-privata con il delicato compito di rendere possibile in questa società complessa il formarsi di relazioni di fiducia attraverso la produzione di sapere e interconnettività. In questo modo si viene a configurare un diverso modello della dimensione pubblica: “Ciò costituisce aree di relazioni di fiducia, di produzione di reputazione che tendono a rimpiazzare quelle situazioni che caratterizzavano le società localistiche. […] Dall’interno di questa classe si vanno a occupare le posizioni di controllo politico dell’economia, si giudicano le decisioni politiche e si propongono possibili alternative”. In ultima analisi si può dire che questa classe si inserisce negli ambiti scoperti dall’azione istituzionale e immagina risposte nuove a problemi nuovi.

Sabato, al teatro Smeraldo abbiamo assistito esattamente a questo. Un momento di avvicinamento della nuova classe pubblico-privata della nostra città attraverso la sua rappresentazione più simbolica. Un processo delicato, come lo sbocciare di una gemma, a cui giustamente non sono stati calati simboli di Partito, proprio perché in questa fase il ruolo di un Partito come il PD è altro rispetto a quello di “notaio che appone timbri”. Come non sono stati calati simboli di Partito alla manifestazione FIOM-CGIL, pur senza negare la nostra alta partecipazione, per le ragioni che spiegavo nel precedente post. Anche in questo caso il PD si è fatto portatore di interessi generali. Per parafrasare le parole di Gianni Cuperlo: il nostro messaggio non deve limitarsi a fare l’inquadratura ma deve tenere insieme la proiezione del film. Un film che Boeri sta girando nei luoghi della nostra città e nel quale il PD si riconosce molto bene.

sabato 16 ottobre 2010

Nuovi dubbi, nuove riflessioni

Vaclav Havel, ex presidente della Repubblica Ceca, aveva scritto con grande chiarezza: “Oggi più che mai nella storia dell’umanità, tutto è interdipendente. Pertanto i valori e le prospettive della civilizzazione contemporanea sono dovunque sottoposte a forti tensioni […] il futuro dell’Europa si decide nelle sofferenze di Sarajevo […] e nella povertà disperata del Bangladesh […]. In teoria tutti lo sanno. Ma come si traduce questa conoscenza nelle pratiche politiche? […] La gente oggi sa che può essere salvata solo da un nuovo tipo di responsabilità globale”. Questa definizione costruisce perfettamente il quadro di quel processo conosciuto volgarmente con il termine di globalizzazione. Una globalizzazione che non riguarda solo il ruolo dei mercati ma anche di tutti gli aspetti sociali e ci pone di fronte ad un quesito essenziale, lo stesso che si pone Alfredo Reichlin nel “Midollo del leone”: Quale è il ruolo della politica, e in particolare della sinistra, nella costruzione di un rapporto con la società civile? A margine della prima lezione del Seminario di Cultura politica presso la Casa della Cultura, tenuta dal filosofo Salvatore Veca ho provato a comporre un mero elenco di concetti attorno a cui è ruotata l’analisi e una prima risposta alla domanda precedente: partecipazione, educazione, lavoro, rispetto, libertà, tolleranza e coesione. Concetti complessi sui quali si potrebbe parlare a lungo (e non è certo mia intenzione farlo in questa sede). Molti i richiami, naturalmente allo stesso Norberto Bobbio, nel suo “Destra e Sinistra” rispetto al concetto chiave dell’eguaglianza espresso dall’Articolo 3 della Costituzione Italiana e ai conseguenti modi di attenuare le disuguaglianze. Una battaglia essenziale quella per l’uguaglianza che si affianca a quella della distribuzione dei diritti e dei doveri. Da Pomigliano D’Arco alla paura degli inquilini delle case popolari di una città come Milano. Un partito come il PD vuole provare ad inserirsi in questo processo senza invadere il campo della raccolta della domanda politica dei diversi gruppi sociali. Per questo sono stato molto soddisfatto del comunicato di Stefano Fassina sulla non adesione del PD allo sciopero di FIOM-CGIL a cui però abbiamo dimostrato la nostra presenza:

“Un partito non è il contenitore di pur legittimi interessi parziali e di pur valide rivendicazioni di movimenti tematici. Un partito è declinazione autonoma, sintesi alta, di interessi parziali e rivendicazioni tematiche intorno ad una visione orientata all’interesse generale. Aderire alla piattaforma di altri vorrebbe dire rischiare di smarrire […] l’insostituibile funzione etico-politica distintiva del partito. In altri termini, indebolire la funzione di proposta generale nella rincorsa di domande di rappresentanza parziali. Aderire no, ma partecipare si. Perché i movimenti non violenti e democratici sono linfa vitale per un partito di popolo, per una forza radicata nella società. Tanto più lo è per il Pd, il partito fondato sul lavoro, una mobilitazione di lavoratori e lavoratrici colpiti dalla crisi e dalle politiche classiste del Governo Berlusconi. Certo, nel Pd vi sono sensibilità e valutazioni diverse. È normale in un partito impegnato nell’ardua sfida di consolidare una cultura politica condivisa, in una fase segnata da profonde discontinuità economiche e sociali. Una fase aggravata da una pericolosissima divisione sindacale che soltanto un riformismo subalterno o a vocazione minoritaria può acconciarsi a risolvere seguendo gli uni piuttosto che gli altri”.

Questo è il PD che non ha paura di misurarsi con le sfide glocali imposte, contrariamente a quanti affermano che avremmo dovuto aderire a questa come ad altre cause continuo a sostenere l’importanza della nostra presenza nel collegare mondi altrimenti distanti e slegati nel loro agire piuttosto che limitarsi a rappresentare la parte di una parte.